Il giallo (in bianco e nero) di via Tadino

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Più che un romanzo poliziesco, Il giallo di via Tadino (Dario Crapanzano, Fratelli Frilli editori) è un’evocativa cartolina di una Milano che non c’è più. Una città in cui corso Buenos Aires si chiamava ancora corso Loreto, in cui le ferite causate dalla guerra erano ben evidenti. Non solo in senso figurativo, ma concreto: nelle macerie, che sarebbero state accumulate per formare l’unica montagnetta di Milano, il Monte Stella; nelle improvvise spianate tra un palazzo e l’altro create dai bombardamenti, per la gioia dei ragazzi che vi potevano improvvisare campetti da calcio e degli artisti del circo che potevano esibirsi con i loro spettacoli itineranti.

Ecco, è tra queste immagini, rigorosamente in bianco e nero, che si svolge l’intreccio “giallo” del romanzo di Crapanzano. Che assume quasi una rilevanza minore rispetto al resto. Sia per la consistenza della storia, a dire il vero non tanto avvincente, sia per la mancanza – immagino perfettamente voluta – di suspense. Sia, soprattutto, per la bellezza, di contrasto, di questo viaggio nel tempo, che testimonia anche il grande lavoro di documentazione fatto dall’autore, comunicato dallo stesso Crapanzano in apertura e chiusura di romanzo.
Insomma, il commissario Mario Arrigoni, irreprensibile poliziotto del secondo dopoguerra, figura di alta statura morale, senza ombre, che serve a un Paese che lotta per lasciarsi alle spalle una stagione di scontri appena accennati, è più un espediente narrativo per raccontare la Milano che fu, che un eroe che ammalia e intriga. Alla fine, in ogni caso, “Il giallo di via Tadino” è una lettura piacevole, che scorre, senza troppi colpi di scena ma invitando il lettore ad arrivare, pagina dopo pagina, alla fine.
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Buon viaggio, Jakob!

Jakob Arjouni

Jakob Arjouni, scomparso a 48 anni (Fonte: Die-Welt)

 

Un’ultima avventura – Bruder Kemal (Fratello Kemal) – che da noi arriverà prossimamente grazie alla Marcos y Marcos. E poi, purtroppo, il detective privato Kemal Kayankaya, protagonista dei romanzi dello scrittore Jakob Arjouni, si ritirerà in pensione. I lettori che lo scopriranno potranno solo rinverdire i fasti delle sue storie passate, nel sottobosco di una città, Francoforte sul Meno, che, come ricorda Der Spiegel, ha acquisito grazie alle sue indagini un odore simile alla Los Angeles dell’hard-boiled.

Il creatore di Kayankaya si è arreso, dopo una lunga lotta, al cancro al pancreas che lo aveva colpito. Se ne è andato giovedì 17 gennaio, a 48 anni, e se ne è andato da inventore di un sottogenere, l’etno-noir. Nato a Francoforte, dopo un’infanzia turbolenta caratterizzata dalla scarsa voglia di studiare e dalle frequenti visite a sale da biliardo e affini, Jakob Arjouni  a soli 21 anni diventa famoso grazie al primo romanzo con protagonista il detective privato Kayankaya, Happy Birthday, turco!, che ravviva un genere ormai in declino in Germania e diviene un modello imitato in altre parti d’Europa.

Perché questo Kemal Kayankaya, turco ma con passaporto tedesco, pur incarnando gli sterotipi dei detective alla Marlowe e Hammett, vive nel suo tempo e nella sua città. Ne respira gli umori, ne sente e ne combatte i pregiudizi dovuti alle sue origini. Uno spaccone che incanta, lentamente, svariate migliaia di lettori.

E’ però riduttivo legare il nome di Arjouni solo al suo Kemal, per quanto egli ne sia la creatura più nota. Lo scrittore compose diverse opere teatrali e diede alle stampe un altro romanzo, Eddy il Santo, che è un vivace e puntuale affresco di un’altra città, insieme tedesca e del mondo intero: Berlino.

Dalla lettura di Eddy il Santo emerge tutto il talento di Arjouni nel dare vita a personaggi che divengono immediatamente beniamini dei lettori , proprio come il musicista-truffatore Eddy Stein. Una simpatica canaglia che vive a Kreuzberg, quartiere alternativo, e fa fronte con l’ingegno e abili trucchetti illeciti alle poche entrate garantite dal suo lavoro ufficiale come musicista dei Lover’s Rock, gruppo musicale di strada. Nelle sue (dis)avventure si incrociano tutti i problemi di una città e di un’intera epoca: la disoccupazione, la globalizzazione, la de-localizzazione con i suoi stravolgimenti sulla topografia cittadina, e soprattutto la costante contrapposizione tra chi, disilluso, ha abbandonato i valori in cui credeva, e chi ancora li coltiva, anche se con pochi quattrini e i capelli ormai brizzolati.

Buon viaggio, Jakob!

 

 

 

Intuizioni obiettive – parte seconda

“Uomini che odiano le donne” è il primo capitolo di una trilogia, “Millennium”, che nel mondo ha venduto oltre 63 milioni di copie.

L’autore, Stieg Larsson, è un giornalista svedese che si è occupato di razzismo, antisemitismo e violenza contro le donne, prima di morire, a soli 50 anni, senza avere il piacere di osservare la sua trilogia conquistare i lettori di tutto il mondo.

“Uomini che odiano le donne” si snoda su un duplice binario: da un lato, la vicenda che contrappone il protagonista, il giornalista d’inchiesta Mikael Blomqvist, all’uomo d’affari Hans-Erik Wennerstrom. Dall’altro, l’incarico che viene affidato allo stesso Blomqvist da un anziano industriale, Henrik Vanger, patriarca di una famiglia che sembra avviata sulla strada di un inesorabile declino. Incarico che consiste nello scoprire chi, della stessa famiglia Vanger, abbia ucciso sua nipote Harriet trentasei anni prima e ne abbia occultato il corpo.

E’ questa seconda parte, a mio parere, quella più riuscita e avvincente. Le indagini del protagonista procedono a rilento e sembrano non portare da nessuna parte. Fino a quando un’intuizione “regalata” dall’autore Larsson al suo personaggio, dà il via a una serie di successive scoperte che porteranno alla soluzione dell’enigma.

Si tratta di una fotografia. O meglio, di una fotografa ritratta all’interno di un’altra foto, che, come in un gioco di specchi, è intenta a catturare con il suo obiettivo lo stesso attimo di realtà, ma da una prospettiva opposta.

Il protagonista la nota all’improvviso, dopo che quella foto era passata da tante mani, vista e rivista tante volte, quasi consumata. Proprio come un’altra foto, quella del Terun, di cui parlo qui.

Storie che raccontano di altre Storie.