Il giallo (in bianco e nero) di via Tadino

Immagine

Più che un romanzo poliziesco, Il giallo di via Tadino (Dario Crapanzano, Fratelli Frilli editori) è un’evocativa cartolina di una Milano che non c’è più. Una città in cui corso Buenos Aires si chiamava ancora corso Loreto, in cui le ferite causate dalla guerra erano ben evidenti. Non solo in senso figurativo, ma concreto: nelle macerie, che sarebbero state accumulate per formare l’unica montagnetta di Milano, il Monte Stella; nelle improvvise spianate tra un palazzo e l’altro create dai bombardamenti, per la gioia dei ragazzi che vi potevano improvvisare campetti da calcio e degli artisti del circo che potevano esibirsi con i loro spettacoli itineranti.

Ecco, è tra queste immagini, rigorosamente in bianco e nero, che si svolge l’intreccio “giallo” del romanzo di Crapanzano. Che assume quasi una rilevanza minore rispetto al resto. Sia per la consistenza della storia, a dire il vero non tanto avvincente, sia per la mancanza – immagino perfettamente voluta – di suspense. Sia, soprattutto, per la bellezza, di contrasto, di questo viaggio nel tempo, che testimonia anche il grande lavoro di documentazione fatto dall’autore, comunicato dallo stesso Crapanzano in apertura e chiusura di romanzo.
Insomma, il commissario Mario Arrigoni, irreprensibile poliziotto del secondo dopoguerra, figura di alta statura morale, senza ombre, che serve a un Paese che lotta per lasciarsi alle spalle una stagione di scontri appena accennati, è più un espediente narrativo per raccontare la Milano che fu, che un eroe che ammalia e intriga. Alla fine, in ogni caso, “Il giallo di via Tadino” è una lettura piacevole, che scorre, senza troppi colpi di scena ma invitando il lettore ad arrivare, pagina dopo pagina, alla fine.
Annunci